Assicurazione mista per una polizza vita oppure come pensione integrativa



Le assicurazioni con sistema detto “misto” sono delle polizze nati alcuni anni fa ma già molto diffuse anche in Italia.

Si tratta di assicurazioni realizzate appositamente per dividere in due il denaro dei premi versati: una parte va ad accumulare una polizza vita, mentre un’altra parte sarà consegnata a chi è stato designato nel contrattato in caso di morte del cliente. In questo modo accadrà che alla scadenza del contratto il cliente riceverà il denaro che ha versato come avviene per una normale pensione di accumulo; se invece se il cliente dovesse morire prima della scadenza della polizza, il denaro verrà versato alla persona che avrà indicato l’assicurato.

In queste forme miste possono essere presenti anche delle opzioni che riguardano la copertura del fermo lavorativo in caso di malattia, infortunio o invalidità: questo tipo di opzioni sono molto utili ai liberi professionisti o comunque a tutti i lavoratori autonomi.

Quando il capitale deve essere liquidato, la società assicurativa può operare in due modi: dare il denaro in forma di vitalizio (un certa cifra al mese per tutta la vita), oppure in un’unica soluzione (tutto il capitale viene versato in blocco; il cliente può comunque decidere di posticipare la scadenza).

Le polizze miste si dividono principalmente in 3 gruppi:

  • polizze miste ordinarie, in cui il cliente versa il denaro in unica soluzione e l’assicurazione si impegna a dare al cliente l’intero capitale più una certa percentuale di guadagno, oppure versa tutto al beneficiario in caso di morte dell’assicurato.
  • polizze miste a termine fisso, il denaro accumulato viene dato al cliente oppure al beneficiario designato in caso di morte, però nel caso di morte verrà data solo la metà del totale.
  • polizze semimiste, la compagnia assicuratrice darà al beneficiario la metà del capitale nel momento in cui l’assicurato morirà, mentre un altro 50% alla scadenza del contratto.

Anche se queste polizze sono molto diffuse e reclamizzate come una grande vantaggio per tutti, state sempre attenti a cosa firmate, e leggete attentamente il contratto in tutte le sue parti. Purtroppo spesso è capitato che non si trattasse di un piano di accumulo ma di un vero e proprio investimento, quindi con tutti i rischi annessi e connessi a questo tipo di situazioni.
Se ne avete la possibilità, contattate un esperto e fategli leggere il contratto, ma attenzione che sia un esperto disinteressato al caso.

I consigli più importanti che possiamo darvi sono di leggere sempre molto attentamente i contratti che vi si presentano di fronte nel momento in cui siete interessati ad una polizza mista, e possibilmente di affidarvi ad un esperto del settore assolutamente disinteressato, in modo da farvi consigliare per il meglio.
Ricordate che queste polizze vengono molto pubblicizzate, e questo le rende molto semplici e facili agli occhi dei più inesperti. A volte si tratta di veri e propri investimenti, non di piani di accumulo, quindi state attenti a correre rischi inutili.

Normativa sulla gestione del TFR



Il “Trattamento di fine rapporto” (Tfr), noto anche come “liquidazione” o “buonuscita”, è una retribuzione a cui il lavoratore ha diritto nel momento in cui il suo rapporto di lavoro con l’azienda finisce.

Il Tfr viene erogato qualunque sia il motivo di cessazione del rapporto di lavoro: licenziamento individuale o collettivo, dimissioni, raggiungimento dell’età pensionabile.

Con la riforma previdenziale del 2006, il lavoratore subordinato è tenuto a scegliere in che modo investire il proprio Tfr per utilizzarlo nel sistema di previdenza integrativa.
A differenza dei dipendenti pubblici, quelli delle aziende private sono tenuti, quindi, a indicare la destinazione del proprio Tfr che prevede diverse possibilità: investirlo in un fondo pensione aperto, investirlo in un fondo pensione chiuso, oppure lasciarlo in azienda. Per la regola del silenzio assenso, se entro sei mesi non viene destinato, il Tfr va a finire in un fondo pensione chiuso.

La somma è parte integrante del proprio salario lordo, che non essendo disponibile subito viene trattenuto con il compito di reinvestirlo.

Per lasciarlo in azienda occorre esplicitarlo attraverso una comunicazione scritta ad un responsabile interno. Per le aziende con meno di 50 dipendenti, il Tfr viene trattenuto, rivalutato ogni anno, con la possibilità di chiedere un anticipo fino a un terzo della liquidazione non prima di 8 anni di servizio per ottemperare al pagamento della casa o, in alternativa, per spese di salute.
Nelle aziende con più di 50 dipendenti, invece, il Tfr può essere trattenuto dal datore di lavoro e investito in un fondo di investimento comune, gestito direttamente dall’Inps. Tuttavia, si può affidare il proprio Tfr per investirlo in un fondo pensione.
Per le aziende che hanno più di 50 dipendenti, la scelta del lavoratore subordinato di mantenere il Tfr come liquidazione comporterà che la quota non sia più mantenuta nella contabilità dell’azienda, ma venga versata dall’azienda a un fondo pensione privato oppure all’Inps, che si occuperà di rivalutarlo e renderlo disponibile al lavoratore nel momento del pensionamento, cioè del suo allontanamento dall’azienda.

Affidare il Tfr a un fondo pensione chiuso, permette di godere del versamento di un contributo obbligatorio da parte del proprio datore di lavoro e decidere di versare un contributo volontario (che ridurrà l’imponibile fiscale nel limite di 5.164,57 euro).

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