Investire nei fondi comuni di investimento






Il risparmio di tutti noi può essere gestito anche attraverso i “fondi comuni di investimento”.
Questi strumenti finanziari consentono ai risparmiatori di investire il proprio denaro collocandolo sui mercati azionari.

Istituiti in Italia nel 1983 attraverso un’apposita legge, nei fondi comuni di investimento i risparmi vengono affidati a società di gestione, oppure a intermediatori finanziari come le banche o le compagnie di assicurazioni che si occupano di effettuare il collocamento dei fondi sul mercato.

I partecipanti a un fondo di investimento hanno uguali diritti, dunque reddito e perdite saranno equi per tutti.
Il guadagno per i clienti è proporzionale rispetto al valore dell’investimento: questo significa che una proprietà consistente di quote garantisce un maggiore profitto sul proprio investimento.

La loro classificazione può essere sintetizzata in due categorie:
1) quelli “a distribuzione dei proventi”, in cui il cliente ha diritto a ricevere a scadenze regolari delle cedole che gli indicano le plusvalenze, cioè quanto ha guadagnato;
2) quelli “ad accumulazione dei proventi”, in cui i guadagni si possono vedere e riscuotere solo alla fine, cioè nel momento in cui le quote scadono e il capitale investito viene restituito.

Ci sono poi fondi “chiusi” e “aperti”, cioè fondi rispettivamente con un numero di quote prestabilito e invariabile (chiusi), o con un numero di quote non stabilito e variabili (aperto).

Un’ulteriore suddivisione può essere fatta sulla base di altre caratteristiche, come gli “hedge fund” che sono fondi di investimento privati, a responsabilità limitata, e sono riservati a investitori istituzionali, qualificati, o risparmiatori con disponibilità patrimoniali consistenti. I tassi elevati di rischio permettono tuttavia una significativa redditività. I “fondi di fondi”, invece, raccolgono denaro per reinvestirlo in altri fondi di investimento come gli hedge fund.

Gli “index fund” sono fondi che non mirano a un extrarendimento, ma replicano la performance del mercato e sono quindi caratterizzati da una gestione sostanzialmente passiva.

Gli “exchange traded fund” (ETF), risalenti agli anni Ottanta, infine, sono fondi index, quotati sui mercati regolamentari, in Italia sull’ETFplus, operativo da aprile 2007, mentre negli Stati Uniti sull’Amex. Questo tipo di fondi presenta costi minori rispetto ai fondi indicizzati, e possibilità di essere negoziati come un semplice titolo azionario.

Su tutti i fondi in cui può investire un qualunque cittadino italiano vigilano la Consob (che ha il compito di controllare i prospetti informativi) e la Banca d’Italia.

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Fondi pensione chiusi






Il fondo pensione negoziale, detto anche “chiuso”, “contrattuale” o “ad ambito definito”, è un altro strumento di previdenza complementare.

A differenza dei fondi pensione aperti, quelli chiusi sono destinati a specifiche categorie di lavoratori (come ad esempio i metalmeccanici, i lavoratori tessili, gli artigiani, i medici, i lavoratori appartenenti a cooperative, ecc.), che possono essere di una grande azienda oppure di un settore specifico.

Sono definiti “negoziali” perché la loro esistenza è dovuta all’azione diplomatica che i sindacati e le associazioni di categoria hanno esercitato nel tempo (metalmeccanici, fondo Cometa, chimici, fondo Fonchim, artigiani, fondo Artifon, medici, fondo Sanità, ecc.). Le parti sociali hanno istituito questi fondi, mentre la loro gestione è stata appaltata a società di gestione esterne.

Questi fondi possono essere alimentati attraverso contributi del lavoratore, contributi del datore di lavoro. In aggiunta al contributo, che può essere occasionale o costante, il lavoratore può decidere di investire la quota del proprio Trattamento di fine rapporto (Tfr).

I lavoratori dipendenti sono obbligati a investire in un fondo pensione chiuso della propria categoria, mentre il lavoratore autonomo può scegliere se investire in un fondo chiuso o, in alternativa, in uno aperto.

In Italia, al momento esistono 25 fondi pensione chiusi, alcuni circoscritti ad un determinato ambito territoriale, come per esempio le regioni o le province autonome.
Anche per la raccolta dei fondi pensione chiusi, le banche, le società di gestione del risparmio, ma soprattutto le compagnie di assicurazioni hanno un ruolo centrale. Succede che i fondi pensione chiusi siano più vantaggiosi di quelli aperti quando vengono alimentati da provvigioni di diversa natura (contributo obbligatorio del datore di lavoro, del singolo lavoratore, e destinazione del Tfr).

Anche per i fondi negoziali, la Commissione di controllo del Ministero del Lavoro vigila sulla loro corretta amministrazione; tuttavia, negli organismi autonomi di gestione è presente una rappresentanza ragguardevole di lavoratori per i quali il fondo pensione è stato istituito, e dato che questi risparmi vanno a finire sul mercato dei capitali, prudenza e trasparenza sono d’obbligo.

Anche per i fondi chiusi non mancano le agevolazioni fiscali. Per trasferire i risparmi verso un fondo pensione aperto, tuttavia, occorre aspettare tre anni, o 5 se il fondo è stato costituito da poco.

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